Maltrattamenti in Famiglia: che cosa sono realmente e che cosa si può fare.
- Avvocato Gianluigi Marino

- 4 days ago
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Uno dei reati più comuni in ambito endo-familiare è quello di 'maltrattamenti' previsto dall'art. 572 del codice penale.
E' un reato molto grave, in quanto sanzionato con la reclusione da 3 a 7 anni nell'ipotesi 'base' e in quanto sanzionato con la reclusione fino a 10 anni e mezzo nel caso ci siano delle aggravanti e fino a 15 anni nel caso che dai maltrattamenti derivino lesioni personali gravissime.
Rinviando ad altri articoli per la specificazione delle singole ipotesi semplici e aggravate del reato in questione e per la descrizione delle tecnhicalities relative agli strumenti di tutela offerti dall'ordinamento, si ritiene opportuno fornire qualche delucidazione in merito a che cosa si intenda, realmente, per 'maltrattamenti' nei confronti di persone facenti parte della famiglia o che siano comunque conviventi; e in merito a quali siano le 'cose da fare' quando si è vittima degli stessi.
In che cosa consistono i maltrattamenti punibili sulla base dell'art. 572 codice penale?
Si parla di 'maltrattamenti' quando il soggetto agente pone in essere una serie di condotte lesive della integrità fisica o psichica del soggetto passivo e quando queste condotte sono reiterate nel tempo al fine di creare una situazione di sopraffazione e vessazione programmata tale da rendere la vita della vittima particolarmente penosa, mortificante e insostenibile.
Tipico è il caso del marito 'padre/padrone' il quale, in maniera continuativa, insulta, minaccia, dileggia, umilia, percuote la moglie facendola vivere in uno stato di soggezione e di prostrazione.
La casistica, in realtà, è molto ampia e può essere ricondotta a tre macro-categorie:
maltrattamenti fisici: il soggetto maltrattante 'picchia' sistematicamente il soggetto maltrattato (con schiaffi, pugni, spintoni etc etc) e in maniera sistematica pone in essere atti violenti (anche, eventualmente, di carattere sessuale);
maltrattamenti psicologici: il soggetto maltrattante 'non alza le mani' sul soggetto maltrattato, ma, in maniera continuativa e frequente, lo insulta , lo denigra, lo minaccia, lo intimidisce, andando a compromettere la autostima e l'equilibrio psicologico dello stesso;
maltrattamenti economici: il soggetto maltrattante 'non alza le mani' e non umilia psicologicamente il soggetto maltrattato, ma impedisce allo stesso di acquisire autonomia economica negando, ad esempio, il denaro utile alle sue esigenze o controllando in maniera ossessiva le sue spese o vietando di lavorare.
Come ovvio le tre macro-categorie di condotte maltrattanti possono sovrapporsi e, anzi, è purtroppo normale che il soggetto maltrattante ponga in essere contemporaneamente violenze fisiche, violenze psicologiche e anche violenze economiche.
Che cosa si può e si deve fare quando si è vittima di maltrattamenti?
2.1. Rendersi conto della propria condizione di soggetto maltrattato e reagire in maniera perentoria e rapida.
Si deve premettere che i soggetti maltrattanti, di norma, sono abili manipolatori e utilizzano svariati espedienti per indurre le proprie vittime a rimanere passive e a non reagire.
Classicamente il soggetto maltrattante utilizza una sorta di protocollo di violenza, fisica o morale, che risulta in molti casi efficace anche per evitare di essere denunciato/perseguito.
Tale protocollo (studiato da molteplici psicologi fin dagli anni 70) si articola tipicamente in 4 fasi:
fase di crescita della tensione: il soggetto attivo crea progressivamente uno stato di tensione moltiplicando esponenzialmente gli atteggiamenti ostili e arbitrari per 'testare' la reazione del soggetto passivo; il quale soggetto passivo, soprattutto se donna e magari anche madre, cerca nella maggior parte dei casi di stemperare la tensione e di 'far finta di niente' nella speranza di poter calmare il soggetto attivo assecondandolo e di risolvere la situazione senza contrapporsi ad esso;
fase del maltrattamento: 'testata' positivamente la scarsa resistenza e la passività del soggetto passivo, il soggetto attivo 'prende coraggio' e aumenta la violenza e la frequenza delle proprie condotte maltrattanti (da uno schiaffo ogni tanto, si può passare a percosse settimanali o quotidiane; da insulti e denigrazioni saltuarie si può passare a insulti e denigrazioni continuative);
fase del pentimento: il soggetto attivo si pente, chiede scusa, promette di non ricadere in condotte maltrattanti e fornisce delle giustificazioni per il suo comportamento (sono nervoso per problemi di lavoro, sono nervoso per problemi economici, tu sei comportata comunque male, tu non capisci, etc etc) cercando di creare nella vittima un senso di colpa (forse sono io che l'ho istigato? Forse sono io che ho sbagliato qualcosa?);
fase della "luna di miele": dopo le escandescenze e le condotte maltrattanti e dopo le scuse del caso, il soggetto attivo si comporta bene per un certo periodo e promette di cambiare per sempre; ciò ingenera nella vittima la sensazione che la situazione sia estemporanea, contingente e risolvibile.
Il problema è che, nella maggioranza dei casi, il soggetto maltrattante torna a ripetere ben presto le sue violenze, le sue sopraffazioni, le sue vessazioni e 'ricomincia da capo' con il suo protocollo dal quale è impossibile uscire in maniera 'soft' e senza prendere iniziative drastiche: nella stragrande maggioranza dei casi, invero, chi è violento oggi, anche se promette di cambiare, sarà violento anche domani e quindi, per interrompere il ciclo della violenza, si deve avere la forza di uscirne, allontanandosi dal proprio 'carnefice' e ponendo in essere le opportune iniziative legali per la migliore tutela di sè stessi (e dei propri figli, se ci sono, che non meritano di dovere assistere alle sopraffazioni dell'un genitore sull'altro).
2.2. Fare riferimento a un avvocato specializzato in reati endo-familiari
Certamente, in caso di urgenza (ad esempio in 'flagranza' di violenze fisiche particolarmente gravi), la vittima di maltrattamenti che decida di 'prendere il toro per le corna' potrà invocare l'intervento immediato delle Forze dell'Ordine.
E certamente, in linea generale, la vittima di maltrattamenti potrà ben fare riferimento ad associazioni che si occupano di violenza familiare, a psicologi, ad assistenti sociali etc etc.
Tuttavia, quando c'è un problema correlato alla consumazione di un reato penale, questo problema non potrà che essere risolto facendo riferimento a un avvocato che, appunto, si occupi di diritto penale e, soprattutto, di diritto penale 'della famiglia e delle relazioni'.
D'altro canto, per fare un esempio banale, se ci si sbuccia un ginocchio cadendo su un marciapiede è ovvio che si possa far riferimento anche solo a un farmacista o a un amico infermiere per avere i suggerimenti terapeutici del caso, ma se ci si rompe una gamba è bene far riferimento a un medico (non all'infermiere o al farmacista) specializzato in otropedia.
Lo stesso vale per i problemi legali: se si tratta di problemi semplici, ben venga chiedere aiuto a Polizia e Carabinieri, ma se si tratta di problemi complessi (e quelli legati ai maltrattamenti lo sono eccome) è bene far riferimento a un avvocato, con la giusta esperienza e competenza nella materia del caso, il quale è l'unico soggetto che può realmente adottare tutte le iniziative utili alla migliore tutela del proprio assistito.
Si ripete ancora una volta, peraltro, che, come scritto in altro post, in caso di maltrattamenti in famiglia c'è la possibilità di scegliere un proprio avvocato di fiducia e di farsi assistere dallo stesso senza dover pagare nemmeno un euro per la sua parcella giacchè è sempre garantito alla vittima il patrocinio a spese dello Stato (il c.d. 'gratuito patrocinio') senza limiti di reddito (quindi si può avere un avvocato 'gratis' anche se si ha un reddito di 100.000 euro l'anno).

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